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esprimersi. Nonostante tutto, ...nonostante tutti.

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iN UN MONDO DI PRODOTTI DA DISCOUNT E DA DISCOUNT DELL'aRTE, LA mOTHERfUCKaRT SI PROPONE L'IDEA DI DIFFONDERE PUBBLICAZIONI E PROMUOVERE EVENTI CHE SMASCHERINO L'APPARENTE SOSTANZA DEL PRODOTTO aRTISTICO E NON, ALFINE DI PERMETTERE ALL' uOMO-cHIUNQUE DI APPROPRIARSI DELLA SOLENNE FRIVOLEZZA DELLA FORMA E DI RENDERSI aTTORE-aRTISTA-aRTEFICE DEL PROPRIO DESTINO.

vIVA L'aRTE CON L'a MINUSCOLA. vIVA LA vERITà. eSPRIMERSI. nONOSTANTE TUTTO. nONOSTANTE TUTTI

Last Fm

domenica, 27 luglio 2008

Postato da: Baronerosso1991 a 10:37 | link | commenti |
io sarei nato libero

domenica, 15 giugno 2008

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Postato da: Baronerosso1991 a 20:44 | link | commenti (2) |
io sarei nato libero

domenica, 02 marzo 2008
Rocco Vs. Gammon

Ai più attenti tra voi non sarà di certo sfuggita la notizia più succulenta del momento, tra le pagine dell'inserto culturale de "L'Altomilanese" di qualche settimana fa: Rocco Siffredi sta per dare vita ad una sua linea di abbigliamento. Confidando nel fatto che un evento di tale portata abbia inevitabilmente catalizzato l'attenzione di qualsivoglia lettore occasionale, oscurando altri secondari reportage di storie e fatti contingenti, riporto qui di seguito l'intervista che il carissimo Marco Giudici mi ha richiesto, per l'uscita di "Songs I played at my funeral". A causa di comprensibilissime ragioni editoriali, il botta-e-risposta tra il sottoscritto ed il valentissimo giornalista (che in questa sede ringrazio amabilmente) è stato pubblicato in forma molto più ridotta di quella qui riportata, e destinata ad un taglio basso e contenuto nella pagina (seppur con tanto di foto). In ogni caso, mi consolo pensando che se proprio bisogna stare sotto qualcuno, perlomeno questo qualcuno sia personaggio arcinotamente degno di occupare tale impegnativa posizione sovrastante... E chi più del novello stilista Siffredi?

* * *

1) Perchè hai deciso di pubblicare un disco di sole covers?

L’idea è nata verso la fine dello scorso anno. Ho sentito l’esigenza di mettere un po’ di ordine nei miei cassetti, in senso metaforico e letterale… Mi sono ritrovato per le mani alcune tonnellate di cassette, cd, testi, esperimenti più o meno conclusi. Dopo aver riascoltato gran parte di questo materiale, mi sono reso conto di avere registrato parecchie cover in questi ultimi anni; alcuni di questi brani erano dei complementi sonori a reading o spettacoli eseguiti con ottimi musicisti (come il gruppo degli Healers), altri invece provengono da concerti di formazioni ora sciolte, momentaneamente ferme, oppure ancora attive. Mi ha stimolato il proposito di compilare una scaletta di brani registrati in epoche diverse, con musicisti profondamente diversi a livello artistico ed umano, con i quali ci siamo imbarcati nell’impresa di interpretare alcuni “classici” della musica rock… con esiti alterni, forse, ma sempre con grande passione e tenacia.

2) Perchè hai scelto proprio queste covers?

Non certo perché siano esenti da errori di esecuzione o di ripresa! …In realtà, ho tentato di includere quegli artisti che hanno per me rappresentato un modello, un punto di riferimento a livello performativo o compositivo. Ci sono i Clash dei miei “esordi”, i Velvet Underground, Nick Cave e Tom Waits (musicisti a cui mi sono sempre ispirato, in maniera più o meno conscia, per comporre le mie canzoni), ma sono anche presenti cover di capisaldi di un certo tipo di musica, direi, “generazionale”, seppur non appartenenti alla mia epoca, come Eddie Cochran o i Creedence. E poi ci sono alcuni mostri sacri del blues, come Muddy Waters o Mark Lanegan.

3) Alcune tracce sono state registrate dal vivo, altre in studio...Possiamo definire questo album una “raccolta” di momenti diversi della tua carriera?

Direi proprio di sì. Mi rendo conto che quest’esperimento abbia una componente fortemente autoreferenziale. Per me, ascoltare questo disco è come sfogliare un album di fotografie: alcune sono sfocate, ingiallite dal tempo, altre ancora sono state recuperate in qualche modo, rimesse insieme con la colla e le pinzette… Ad ogni brano associo un periodo della mia vita, amori e amicizie, sogni e illusioni. Mi ha stupito riscontrare che così tante persone, all’indomani della pubblicazione su internet, abbiano dimostrato tanto interesse nei confronti di quello che ritenevo un esperimento “casereccio” e personale. Forse però c’è un elemento di profonda somiglianza tra un musicista che rimane attaccato alle proprie “radici” musicali e un fruitore, che associa una canzone a un momento preciso della vita. Credo che sia questo l’elemento interessante della proposta.

4) Una cosa che si nota ascoltando il disco è l'abitudine a distorcere pesantemente voci e chitarre...C'è qualche ragione particolare che ti ha spinto a fare questa scelta stilistica oppure l'hai fatto semplicemente perchè “suonava bene”?

Credo tu faccia riferimento ai brani degli Stone Alleys, un gruppo semiacustico che ho fondato con Noyse dei Punkreas, agli inizi degli anni ’90. A quei tempi, giravamo per l’Europa suonando per le strade o improvvisando concerti in locali e pub, utilizzando attrezzature e strumentazione alquanto “improvvisate”. Le due cover che ho inserito nel disco provengono da un demo registrato su cassetta, utilizzando un quattro piste analogico, ed effetti a pedale su chitarra e voce… Avevamo un approccio decisamente punk alla musica, anche se ci piaceva accostare influenze molto diverse, canzoni dei Mano Negra agli standard blues di John Lee Hooker o alle ballate dei Pogues. Mi sento affettivamente molto legato a queste cose, anche se risalgono alla mia preistoria! Diciamo che le nostre scelte stilistiche dipendevano fortemente da quello che riuscivamo a recuperare: chitarre semidistrutte, percussioni non convenzionali (sassi, martelli, pentole), microfoni in prestito. Forse non suonava “bene”, ma suonava “vero”. Sicuramente, qualcosa di quelle sonorità è rimasto nel mio approccio alla musica; penso lo si capisca ascoltando l’unico inedito recente del disco, il brano “Wedding Dress”, di cui ho realizzato un video visionabile su Youtube.

5) Hai intenzione di promuovere il disco proponendo queste cover anche dal vivo?

Non credo che per il momento sia il caso di concentrarmi sulla promozione di questo progetto che, come ti ripeto, vuole avere essenzialmente il carattere di divertissement rispetto ad altre cose che, attualmente, mi stanno più a cuore… ma, chi lo sa, forse si potrebbe pensarci tra qualche tempo…

6) Motherfuckart, Hikobusha e ora anche la carriera solista...Al momento in quale di queste tre attività sei maggiormente coinvolto?

Attualmente, con Marco e Paolo, stiamo completando le registrazioni del primo album di Hikobusha, dopo due Ep usciti per MFA. Per l’uscita questo disco, abbiamo sviluppato un ottimo rapporto con l’etichetta svizzera Minuta, che pubblica esclusivamente su web. Come vedi, ci stiamo adattando ai tempi… Comunque non escludiamo di stampare anche un certo numero di copie “fisiche” del cd, sempre con il sostegno di Motherfuckart. E’ un periodo intenso e molto stimolante, anche perché, per la realizzazione del disco, siamo riusciti ad ottenere l’interessamento di Jean Marc Tigani, un ingegnere del suono di grandissima esperienza che ha lavorato nientemeno che con Fabrizio De Andrè!

7) Il disco è attualmente scaricabile da internet...Lo sarà anche in futuro oppure pensi di distribuirlo diversamente?

“Songs I played at my funeral” rimarrà in free download sul sito di MFA Prod.; d’altronde, mi sembrerebbe di cattivo gusto, dopo un certo periodo, far pagare l’ingresso ad un funerale… Il mio desiderio sarebbe quello di coinvolgere periodicamente altri artisti dell’etichetta nella pubblicazione di materiale scaricabile gratuitamente dal sito. Credo che, al giorno d’oggi, questa pratica rappresenti uno dei canali promozionali più utili alla diffusione di testimonianze di carattere artistico.

8) Secondo te, al giorno d'oggi, un artista può sperare di vivere solo con la sua arte o è praticamente impossibile?

Credo che la professione di “artista” sia sempre stato l’obiettivo più difficilmente realizzabile, soprattutto per chi si impone il presupposto dell’assoluta libertà da vincoli e influenze, indipendentemente dall’epoca e dalle condizioni sociali. Questo è il motivo per cui io stesso non mi considero un “artista professionista”: ho un lavoro “serio” che mi dà da vivere, oltre a quella che potremmo definire la “mia” arte. E’ però vero che, nel momento in cui si verificano pesanti sbalzi nella percezione del benessere collettivo, le manifestazioni artistiche assumano gradualmente un valore più effimero. Oggi abbiamo internet, apparecchiature sofisticatissime per fruire al meglio di suoni, testi ed immagini, eppure siamo così preoccupati dall’arrivare a fine mese che ci aspettiamo che la musica, per fare un esempio, sia un passatempo di cui dobbiamo godere gratuitamente. Penso che questo aspetto sia connaturato nel nostro odierno modo di vivere: il “fare arte” sta diventando un’attività estremamente precaria, proprio perché tutto quello che facciamo oggi è “precario”… Non sono comunque del tutto pessimista: è infatti possibile che la tensione generata da questo senso di precarietà sviluppi dei risultati molto interessanti, a livello artistico. Penso all’arte rivoluzionaria dell’America Latina della metà del secolo scorso, oppure alla musica africana di dissidenti e perseguitati politici, come il grandissimo Fela Kuti.

Quando l’artista si sente minacciato, esprime il meglio di sé.

Postato da: gammon a 23:23 | link | commenti (1) |
10 domande a, io sarei nato libero, cumpà

giovedì, 12 aprile 2007
UN MILANESE A GRANADA

A Granada ci si arriva attraversando i monti della Serra Nevada, e nel tragitto, salendo dalla costa mediterranea, ci si dimentica piano piano di com'e` fatto un centro abitato. Ma da qualunque parti si arrivi, e` lo stesso: Granada e` sola e misticamente sola nel mezzo delle montagne, in perenne contemplazione delle nevi perenni. Le primavere sono miti e e le estati qui sono troppo calde.

Durante la settimana di Pasqua, cosiddetta Semana Santa, in strada contavi almeno una chitarra ogni due persone: l'altra portava un altro strumento. Molti dei musicisti che vivono in Granada, soprattutto ventenni e trentenni, abitano le caverne del Sacro Monte di Granada, le ospitali e antichissime cuevas. Nell'assolata mattina di Pasqua, sotto le mura dell'Alhambra, scambio due rapide parole con uno di questi. Da mezzora suona e canta seduto ai margini della piazza, a lato del fiume che circonda la famosa roccaforte; durante una pausa, mi avvicino e gli chiedo un poco di tabacco, mi complimento per il suono della sua chitarra e gli offro di suonare la mia; lui mi da` il tabacco e mi congeda dicendomi: "Disculpa hermano, vivo en la cueva y hoy estoy intenso".

Nella stessa piazza, intanto, un sax gira tra i tavoli, alternando pagine di jazz a piu` orecchiabili e godibili melodie moresche. Dalla mia panchina provo a seguirlo con la chitarra. Poi lui raccoglie i soldi e se ne va a suonare qualche tavolino piu` in la`.

A Granada m'imbatto in una vecchia conoscenza, un ebreo italiano, conosciuto per caso al bar Rattazzo di Milano. Non vi dico la sorpresa nell'incontrarlo li`. Vive con altri musicisti come lui in un casa ovviamente squattata: la loro maggiore occupazione, mi dice, e` quella di fumare e suonare.

L'amico mi consiglia di visitare la plazoleta de los musicos, e di vederci magari li` piu` tardi. Verso mezzogiorno mi perdo nel quartiere arabo, perche´ secondo le indicazioni si arriva alla plazoleta risalendo questo profumatissimo suk tra foulard, scarpe, tappeti e sale da the´. Bene, quando arrivo in questa piazzetta, che ha un aspetto antico e vissuto, sta appena terminando lo spettacolo di un clown, in mutande, pelato, con due ventose sulla capoccia.

Lo stupore che mi suscitato Granada, l'ho trovato come riflesso negli occhi e nelle parole di due giovani ragazzi sardi, appena usciti dal conservatorio, anche loro a spasso con la chitarra e il cappello per le molte sale bar a cielo aperto, ovvero in strada, qui note come terrazze. E lo stupore si e` fatto piu` grande nella notte, quando una bella gitana del posto, che li tiene come ospiti in casa, ci ha portato in giro per i locali notturni di Granada: ci sono piu` locali di giovani e per giovani nella piccola Granada che in tutto l'ampio hinterland milanese. Locali dove arriva sempre qualcuno che per caso entra, suona e se ne va.

Vabbeh, chiudo. Vi lascio immaginare il resto. Spero di non avervi tediato. Vi abbraccio. 

 

      

       

Postato da: jahm a 13:31 | link | commenti (1) |
io sarei nato libero

lunedì, 02 aprile 2007
LEZIONI DI BOEHME...

Talvolta metto alla prova i miei conoscenti con domande come:"Lei andrebbe in giro con una toppa o magari due soli rammendi sul ginocchio?" La maggior parte di essi si comporta come se pensasse che una cosa del genere comprometterebbe il loro futuro. Per loro sarebbe più facile andare in giro zoppicando con una gampa rotta, piuttosto che con un pantalone stracciato. (...)

Noi conosciamo pochissimi uomini, ma una quantità innumerevole di di giacche e calzoni. Vesti il tuo spaventapasseri con il tuo ultimo completo, e mettiti nudo accanto a lui: chi non saluterebbe lo spaventapasseri per primo?

da Thoreau, "Walden o Vita nei boschi"

 

 

Postato da: jahm a 14:13 | link | commenti (2) |
io sarei nato libero

giovedì, 21 dicembre 2006
DA: "CONVERSAZIONE CON SAMMY OSMAN"

Ho parlato con Sammy Osman a proposito della lotta di classe, della guerriglia urbana e della viulenza organizzata. Mi sembrava convito che in fondo qualche buona vecchia azione di sabotaggio non ha mai fatto male alla coscienza e alla salute del popolo; dice, l'Osmanico, che a Natale si è tutti più temerari, tanto l'anno è ormai finito e non c'è più niente da perdere.

Aveva sul comodino il solito manualetto per la rivoluzione fai-da-te, che suggerisce di non aspettare il consenso generale per reagire bensì di essere compatti almeno all'interno del partito d'avanguardia. Se l'avanguardia crede in sé stessa e si trova ad essere ben armata, allora SE PUEDE!

 

Postato da: jahm a 16:17 | link | commenti (1) |
varie ed eventuali, io sarei nato libero

lunedì, 25 settembre 2006
io sono nato libero?

(...) "Come spettatori di film, lettori di libri, o fruitori di una qualunque opera narrativa, noi (nella cultura occidentale) abbiamo solitamente due scelte obbligate, all'inizio di ogni narrazione: un'identificazione con un protagonista-eroe (nella maggior parte dei casi), oppure quella con un protagonista-vittima, cioè chi la storia la subisce invece di determinarla. Il Rambo di Stallone, o il Dustin Hoffman di "Cane di Paglia". Oppure, l'eroe mitologico, o l'eroe quotidiano. Quando siamo Rambo, la fortezza del nemico da espugnare rappresenta per noi la vittoria. Quando siamo Dustin Hoffman, la fortezza siamo noi, e il nemico è quello all'esterno, a cui dobbiamo impedire di entrare.

Ora l'aereo e la torre, a livello simbolico, sono l'esatto l'equivalente della lancia e del castello, dell'attacco e della difesa, dell'azione e della stasi. Noi occidentali però siamo talmente abituati a considerare sia gli aerei che le Torri come oggetti familiari - anzi, addirittura rappresentativi di noi stessi - che ci ritroviamo automaticamnete a identificarci con ambedue. Il che, in un meccanismo narrativo, non è assolutamente possibile.

Mai, assolutamente mai, avevamo assitito ad un film in cui il protagonista si sdoppia per rivoltarsi contro sè stesso, annullandosi nella sua totalità. Quando l'aereo colpisce la torre invece noi moriamo due volte: come passeggeri dell'aereo, e come impiegati in quegli uffici. E questo è insopportabile, perchè non ci lascia più lo spazio per la catarsi, non ci da più il modo di trasformare il male in bene, come siamo abituati a fare sin dai tempi della commedia greca di Aristotele.

Invece di un buono che sconfigge un cattivo, a Manhattan abbiamo avuto due buoni che si distruggono reciprocamente, senza lasciare un solo frammento vincente per nessuno. Questo corto circuito simbolico, avvenuto a livello subliminale, richiederà lunghi anni per essere rimosso. Dovremo infatti prima imparare ad accettare che il cattivo in realtà c'era, ma era nascosto dentro di noi: è la nostra stessa ingordigia, la nostra sete di potere, la nostra arroganza, che si erano travestite da "buono", nascondendosi sia nella pancia di quell'aereo imbottito di dinamite, sia nelle ossa delle torri, minate dalle cariche esplosive fin da prima che il film iniziasse." (...)


da LuogoComune (le notizie commentate) - sezione 11 Settembre, "La Potenza dei Simboli" - http://luogocomune.net/site/modules/911/




Postato da: Baronerosso1991 a 11:50 | link | commenti |
io sarei nato libero



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